|
INTRODUZIONE
La mortalità e forse l'incidenza della malattia coronarica sono
diminuite in Europa ed in Italia nel corso degli ultimi decenni:
ciononostante la malattia coronarica rimane la causa principale
di mortalità e un'importante determinante di morbilità e disabilità
in queste popol azioni.
Numerose prove indicano con ragionevole certezza che il controllo
dei fattori di rischio cardiovascolare è efficace nel ridurre l'incidenza
della cardiopatia ischemica (ma anche delle malattie cerebrova scolari)
in soggetti asintomatici (prevenzione primaria) e, soprattutto,
il rischio di un nuovo evento in soggetti che già abbiano presentato
un infarto miocardico o un'altra manifestazione, anche minore, di
cardiopatia ischemica (prevenzione secondaria). Alcune aree di intervento
hanno ricevuto particolare attenzione a questo riguardo: l'abolizione
dei fumo, la terapia delle dislipidemie, dell'ipertensione arteriosa
e dei diabete, ma anche altri importanti fattori di rischio cardiovascolare
modificabili sono stati identificati o ulteriormente caratterizzati.
Studi recenti hanno consentito di formulare linee guida rigorose,
relativamente ai livelli di rischio e ai sottogruppi di soggetti
da trattare [1, 2].
Questo documento si propone di riassumere, semplificare e aggiornare
le molteplici indicazioni oggi disponibili, e di adattarle alla
realtà del nostro Paese attraverso una stima dei rischio basata
su dati italiani* [3, 41. Esso è diretto a tutti i medici che svolgono
la propria attività sul territorio o in ospedale, compresi lo specialista
cardiologo e quanti operano nel campo della prevenzione. Per le
indicazioni specifiche, relative a particolari condizioni e gruppi
di pazienti, si rimanda alle voci della sezione bibliografica.
1 Deve essere sottolineato
che la separazione tra prevenzione primaria e secondaria è, per
taluni aspetti, arbitraria, poiché molti individui senza sintomi
di cardiopatia ischemica possono presentare aterosclerosi coronarica
o in altri distretti arteriosi Pertanto il rischio cardiovascolare
in una popolazione varia secondo uno spettro continuo da basso ad
elevato.
2 Per manifestazione principale di cardiopatia ischemica
si intende, in questa sede, la morte coronarica improvvisa o la
comparsa di infarto miocardico (fatale e non fatale). Altre condizioni
mai definibili (angina pectoris, dolore toracico, alterazioni angiografiche,
etc ... ) sono state escluse dalla definizione poiché si prestano
a numerosi equivoci interpretativi. In precedenti carte di rischio
coronarico esse sono state invece incluse e hanno comportato un
variabile aumento della stima dei rischio stesso [1].
* La stima dei rischio qui riportata è stata eseguita con l'algoritmo
contenuto nel programma informatico RISCOR 98 prodotto da Cardioricerca
srl, Roma. Esso deriva da studi epidemiologici condotti esclusivamente
su popolazioni Italiane e da altri dati Italiani. Si tratta di dati
pubblicati ed inediti delle Aree Italiane dei Seven Countries Study,
dello Studio NFR (Nuovi fattori di rischio) e di altro materiale
Italiano, il tutto trattato in forma meta-analitica.
PRIORITA' NELLA PREVENZIONE DELLA CARDIOPATIA ISCHEMICA NELLA
PRATICA MEDICA
In Figura 1 e Figura 2 è rappresentato un indice di rischio globale
a 10 anni di manifestare un primo "evento coronarico maggiore" in
rapporto alla presenza di vari fattori di rischio tra loro variamente
associati (sesso, età, fumo, livelli di colesterolemia e pressione
arteriosa) E' opportuno ricordare ancora una volta la frequente
associazione dei fattori di rischio cardiovascolare e la necessità
di un trattamento globale degli stessi. L'attenzione principale
va rivolta ai soggetti a maggior rischio di sviluppare eventi cardiovascolari.
Sono definiti a rischio elevato i soggetti il cui rischio di sviluppare
una manifestazione principale ("evento coronarico maggiore") 2
di cardiopatia ischemica in 10 anni supera il 10%, o supera il 10%
qualora proiettata all'età di 60 anni (somma dei rischi relativi
alle singole decadi di età).
In linea generale può essere comunque consigliata la seguente scala
di priorità nella prevenzione della cardiopatia ischemica [1]:
1. Soggetti che presentino cardiopatia coronarica sia sintomatica
che silente, o un'altra manifestazione di aterosclerosi (tali soggetti
sono a rischio > 20% in 10 anni di sviluppare un nuovo "evento coronarico
maggiore", indipendentemente dal livello dei fattori di rischio
presenti).
2. individui a rischio particolarmente elevato di sviluppare
aterosclerosi in quanto:
2A. presentino una associazione di numerosi fattori di rischio
cardiovascolare, tra cui fumo, ipertensione, dislipidemia (definita
come aumento di colesterolo totale o LDL e/o ipertrigliceridemia
e/o ridotti livelli di colesterolo HDL e familiarità per cardiopatia
ischemica precoce;
2B. siano affetti da una iperlipoproteinemia di origine genetica
o, comunque, di grado elevato;
2C. siano affetti da diabete e/o ipertensione mai controllata
dalla terapia.
3. Parenti stretti di pazienti con manifestazioni di cardiopatia
coronarica in età relativamente giovane (in età <55 anni nell'uomo
e <65 anni nella donna).
4. Altri soggetti incontrati nell'ordinaria pratica medica
CONTROLLO DELLE DISLIPIDEMIE
L'importanza della "triade lipidica" (elevati livelli di colesterolo
LDL3, trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL) nello sviluppo
dell'aterosclerosi è stata sottolineata da numerosi studi. I dati
epidemiologici indicano oggi:
1) che la colesterolemia, e in particolare la colesterolemia-LDL,
è un fattore di rischio potente e indipendente di cardiopatia coronarica;
2) che elevati livelli di colesterolemia totale e LDL e ridotti
livelli di colesterolemia HDL si associano anche a un eccesso di
rischio di morbilità e mortalità per patologie cerebrovascolari,
e di mortalità per tutte le cause;
3) che elevati livelli di trigliceridi (180-400 mg/dl) si possono
associare ad un aumentato rischio cardiovascolare, specialmente
se si accompagnano a una ridotta concentrazione di colesterolemia
HDL (<35 mg/dl nell'uomo, <40 mg/dl nella donna);
4) che i ridotti livelli plasmatici di colesterolo, anche sensibilmente
inferiori a quelli prevalenti nel nostro Paese, non si associano
a un eccesso di mortalità per tumori;
5) che la riduzione della colesterolemia, contemporaneamente a quella
di altri fattori di rischio, si accompagna a una diminuzione della
morbilità e della mortalità per cardiopatia coronarica e ictus.
La strategia nei confronti delle dislipidemie può essere
rivolta all'intera popolazione, che contiene individui sani, malati
e predisposti. Essa mira a ridurre la colesterolemia media a 180-400
mg/dl suggerendo, a tutti gli individui di età superiore a 2 anni,
di adottare abitudini alimentari in cui la quota di grassi non superi
il 30% delle calorie totali; quella dei grassi saturi sia inferiore
al 10%; quella dei poliinsaturi ammonti al 7-8%, tenendo presente
che un'importante proporzione di questi può derivare dal pesce;
la restante parte della quota lipidica sia rappresentata da grassi
monoinsaturi (ad esempio, dagli oli extravergine e vergine di oliva);
l'assunzione giornaliera di colesterolo con gli alimenti non superi
i 300 mg negli adulti e i 100 mg per 1.000 calorie nei bambini (Tabella
1). Va inoltre ridotto il peso corporeo eventualmente in eccesso,
diminuendo l'apporto calorico e incrementando l'attività fisica.
Per la identificazione degli individui da trattare secondo
la strategia individuale, viene suggerito di eseguire, in tutti
i pazienti affetti da cardiopatia coronarica o che siano ad alto
rischio per la presenza di malattie genetiche dei metabolismo lipidico
e glucidico o di altri fattori di rischio maggiori, la misurazione
della colesterolemia totale, della trigliceridemia totale e della
colesterolemia-HDL, nonché il calcolo della colesterolemia-LDL.
Si consiglia inoltre di compiere ogni sforzo, anche utilizzando
metodiche di biologia molecolare, per identificare gli individui
affetti da ipercolesterolemia familiare e da dislipoproteinemia
(tipo III).
La strategia individuale va impostata secondo il tradizionale
rapporto medico-paziente, mirando alla riduzione dei rischio
di andare incontro ad un primo evento o ad un evento successivo.
Il medico deve dedicare sufficienti tempo ed energie per fornire
dettagliate prescrizioni igienico-dietetiche e motivare il paziente
alla loro osservanza. La prescrizione dietetica si articola in due
successive fasi, che corrispondono, rispettivamente, alle linee
guida già indicate come valide per la popolazione generale, e all'applicazione
di norme più restrittive per quanto riguarda l'apporto di grassi
totali (25%) e di colesterolo (200 mg/die) per i pazienti a più
alto rischio.
Si ritiene che un trattamento farmacologico ipolipemizzante vada
preso in considerazione in tutti i soggetti che presentino un rischio
di un primo "evento coronarico maggiore" elevato qualora dopo 3
mesi di prescrizioni igienico-dietetiche presentino una colesterolemia
totale > 190 mg/dl e/o una colesterolemia LDL > 115 mg/dl (Figura
4). Qualora il rischio risulti basso/intermedio, gli stessi obiettivi
lipidici vanno perseguiti con le sole prescrizioni comportamentali.
NOTA 2
I livelli di colesterolo LDL possono essere ricavati
da quelli di colesterolo totale, HDL e trigliceridi attraverso la
seguente te relazione (formula di Friedewald, valida per concentrazioni
di trigliceridi < 400 mg/dl):
[Colesterolo LDL]=[Colesterolo Totale] - [Colesterolo HDL - [Trigliceridi/5]
Tabella 1: Caratteristiche di
una dieta ipolipemizzante.
- Deve rientrare nelle abitudini alimentari
di ogni giorno l'impiego di una larga varietà di alimenti, da selezionare
peraltro con attenzione sul piano sia qualitativo che quantitativo;
- Il gruppo di alimenti che qua ntitativa mente deve predominare,
compatibilmente con il mantenimento di un giusto sto peso corporeo,
è costituito da pane, pasta, riso, altri cereali in varia forma,
e patate, che assicurano un sostanziale apporto di carboidrati compiessi;
- Quote quantitativa mente inferiori, ma sempre elevate, vanno previste
per verdura e frutta; può essere data la preferenza a pressoché
ogni tipo di verdura, sia a foglia che a bacca, sia verde che colorata;
il consumo di legumi (fagioli, fave, piselli, ceci, lenticchie)
va favorito; un largo consumo di frutta fresca è pure raccomandato,
specie per l'apporto di alcune vitamine e sali minerali, e di altre
sostanze antiossidanti presenti,
- Con moderazione vanno consumati gli alimenti di origine animale
ricchi in proteine e grassi (carni rosse, derivati del latte, uova);
in questo caso, le porzioni devono essere piccole (in un adulto
con attività sedentaria, una porzione al giorno è sufficiente) e
gli alimenti scelti per il loro basso contenuto in grassi o per
le parti magre corrispondenti, come ad esempio certi tagli di carni
bovine e il pollame in generale; la scelta di carni e formaggi può
essere facilitata dalla lettura delle caratteristiche nutrizionali
riportate in molte etichette; il pollame e molti dei prodotti a
base di carne suina sono oggi piuttosto poveri di grassi, buona
parte dei quali sono insaturi quanto al limitato uso di uova, si
deve tener conto anche di quelle utilizzate per la preparazione
dei cibi o contenute negli alimenti prodotti industrialmente. Due
o più porzioni di pesce alla settimana sono decisamente consigliate.
Va, poi, ricordato che è importante fornire un adeguato apporto
di latte o derivati dei latte, possibilmente a basso contenuto lipidico,
per mantenere la necessaria assunzione di calcio: questo aspetto
è molto importante soprattutto durante l'accrescimento, nell'anziano,
e nella donna in menopausa;
- Gli zuccheri semplici utilizzati per la preparazione di dolci
o quali edulcoranti vanno usati in piccola quantità;
- I grassi di condimento vanno usati con grande moderazione, dando
la preferenza agli oli vegetali, e in particolare agli oli extravergine
e vergine di oliva, e limitando al massimo i grassi di origine animale;
l'uso delle margarine va riservato a quelle cosiddette "molli" (che
non induriscono in frigorifero);
- Si raccomanda, inoltre, di limitare l'uso dei sale e di consumare,
ai pasti, moderate quantità di vino o di birra, sempre che non sussistano
note controindicazioni, come nei bambini e nella gravidanza.
La disponibilità senza precedenti di alimenti,
sia per gli adulti che per i bambini, a basso contenuto in grassi,
grassi saturi e colesterolo, reperibili oggi sul mercato, rende
più facili scelte nutrizionali che siano in linea con i suggerimenti
sopra indicati. 1 Deve essere sottolineato che
la separazione tra prevenzione primaria e secondaria è, per taluni
aspetti, arbitraria, poiché molti individui senza sintomi di cardiopatia
ischemica possono presentare aterosclerosi coronarica o in altri
distretti arteriosi Pertanto il rischio cardiovascolare in una popolazione
varia secondo uno spettro continuo da basso ad elevato.
2 Per manifestazione principale di cardiopatia ischemica
si intende, in questa sede, la morte coronarica improvvisa o la
comparsa di infarto miocardico (fatale e non fatale). Altre condizioni
mai definibili (angina pectoris, dolore toracico, alterazioni angiografiche,
etc ... ) sono state escluse dalla definizione poiché si prestano
a numerosi equivoci interpretativi. In precedenti carte di rischio
coronarico esse sono state invece incluse e hanno comportato un
variabile aumento della stima dei rischio stesso [1].
* La stima dei rischio qui riportata è stata eseguita con l'algoritmo
contenuto nel programma informatico RISCOR 98 prodotto da Cardioricerca
srl, Roma. Esso deriva da studi epidemiologici condotti esclusivamente
su popolazioni Italiane e da altri dati Italiani. Si tratta di dati
pubblicati ed inediti delle Aree Italiane dei Seven Countries Study,
dello Studio NFR (Nuovi fattori di rischio) e di altro materiale
Italiano, il tutto trattato in forma meta-analitica.
PRIORITA' NELLA PREVENZIONE DELLA CARDIOPATIA ISCHEMICA NELLA
PRATICA MEDICA
In Figura 1 e Figura 2 è rappresentato un indice di rischio globale
a 10 anni di manifestare un primo "evento coronarico maggiore" in
rapporto alla presenza di vari fattori di rischio tra loro variamente
associati (sesso, età, fumo, livelli di colesterolemia e pressione
arteriosa) E' opportuno ricordare ancora una volta la frequente
associazione dei fattori di rischio cardiovascolare e la necessità
di un trattamento globale degli stessi. L'attenzione principale
va rivolta ai soggetti a maggior rischio di sviluppare eventi cardiovascolari.
Sono definiti a rischio elevato i soggetti il cui rischio di sviluppare
una manifestazione principale ("evento coronarico maggiore") 2
di cardiopatia ischemica in 10 anni supera il 10%, o supera il 10%
qualora proiettata all'età di 60 anni (somma dei rischi relativi
alle singole decadi di età).
In linea generale può essere comunque consigliata la seguente scala
di priorità nella prevenzione della cardiopatia ischemica [1]:
1. Soggetti che presentino cardiopatia coronarica sia sintomatica
che silente, o un'altra manifestazione di aterosclerosi (tali soggetti
sono a rischio > 20% in 10 anni di sviluppare un nuovo "evento coronarico
maggiore", indipendentemente dal livello dei fattori di rischio
presenti).
2. individui a rischio particolarmente elevato di sviluppare
aterosclerosi in quanto:
2A. presentino una associazione di numerosi fattori di rischio
cardiovascolare, tra cui fumo, ipertensione, dislipidemia (definita
come aumento di colesterolo totale o LDL e/o ipertrigliceridemia
e/o ridotti livelli di colesterolo HDL e familiarità per cardiopatia
ischemica precoce;
2B. siano affetti da una iperlipoproteinemia di origine genetica
o, comunque, di grado elevato;
2C. siano affetti da diabete e/o ipertensione mai controllata
dalla terapia.
3. Parenti stretti di pazienti con manifestazioni di cardiopatia
coronarica in età relativamente giovane (in età <55 anni nell'uomo
e <65 anni nella donna).
4. Altri soggetti incontrati nell'ordinaria pratica medica
CONTROLLO DELLE DISLIPIDEMIE
L'importanza della "triade lipidica" (elevati livelli di colesterolo
LDL3, trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL) nello sviluppo
dell'aterosclerosi è stata sottolineata da numerosi studi. I dati
epidemiologici indicano oggi:
1) che la colesterolemia, e in particolare la colesterolemia-LDL,
è un fattore di rischio potente e indipendente di cardiopatia coronarica;
2) che elevati livelli di colesterolemia totale e LDL e ridotti
livelli di colesterolemia HDL si associano anche a un eccesso di
rischio di morbilità e mortalità per patologie cerebrovascolari,
e di mortalità per tutte le cause;
3) che elevati livelli di trigliceridi (180-400 mg/dl) si possono
associare ad un aumentato rischio cardiovascolare, specialmente
se si accompagnano a una ridotta concentrazione di colesterolemia
HDL (<35 mg/dl nell'uomo, <40 mg/dl nella donna);
4) che i ridotti livelli plasmatici di colesterolo, anche sensibilmente
inferiori a quelli prevalenti nel nostro Paese, non si associano
a un eccesso di mortalità per tumori;
5) che la riduzione della colesterolemia, contemporaneamente a quella
di altri fattori di rischio, si accompagna a una diminuzione della
morbilità e della mortalità per cardiopatia coronarica e ictus.
La strategia nei confronti delle dislipidemie può essere
rivolta all'intera popolazione, che contiene individui sani, malati
e predisposti. Essa mira a ridurre la colesterolemia media a 180-400
mg/dl suggerendo, a tutti gli individui di età superiore a 2 anni,
di adottare abitudini alimentari in cui la quota di grassi non superi
il 30% delle calorie totali; quella dei grassi saturi sia inferiore
al 10%; quella dei poliinsaturi ammonti al 7-8%, tenendo presente
che un'importante proporzione di questi può derivare dal pesce;
la restante parte della quota lipidica sia rappresentata da grassi
monoinsaturi (ad esempio, dagli oli extravergine e vergine di oliva);
l'assunzione giornaliera di colesterolo con gli alimenti non superi
i 300 mg negli adulti e i 100 mg per 1.000 calorie nei bambini (Tabella
1). Va inoltre ridotto il peso corporeo eventualmente in eccesso,
diminuendo l'apporto calorico e incrementando l'attività fisica.
Per la identificazione degli individui da trattare secondo
la strategia individuale, viene suggerito di eseguire, in tutti
i pazienti affetti da cardiopatia coronarica o che siano ad alto
rischio per la presenza di malattie genetiche dei metabolismo lipidico
e glucidico o di altri fattori di rischio maggiori, la misurazione
della colesterolemia totale, della trigliceridemia totale e della
colesterolemia-HDL, nonché il calcolo della colesterolemia-LDL.
Si consiglia inoltre di compiere ogni sforzo, anche utilizzando
metodiche di biologia molecolare, per identificare gli individui
affetti da ipercolesterolemia familiare e da dislipoproteinemia
(tipo III).
La strategia individuale va impostata secondo il tradizionale
rapporto medico-paziente, mirando alla riduzione dei rischio
di andare incontro ad un primo evento o ad un evento successivo.
Il medico deve dedicare sufficienti tempo ed energie per fornire
dettagliate prescrizioni igienico-dietetiche e motivare il paziente
alla loro osservanza. La prescrizione dietetica si articola in due
successive fasi, che corrispondono, rispettivamente, alle linee
guida già indicate come valide per la popolazione generale, e all'applicazione
di norme più restrittive per quanto riguarda l'apporto di grassi
totali (25%) e di colesterolo (200 mg/die) per i pazienti a più
alto rischio.
Si ritiene che un trattamento farmacologico ipolipemizzante vada
preso in considerazione in tutti i soggetti che presentino un rischio
di un primo "evento coronarico maggiore" elevato qualora dopo 3
mesi di prescrizioni igienico-dietetiche presentino una colesterolemia
totale > 190 mg/dl e/o una colesterolemia LDL > 115 mg/dl (Figura
4). Qualora il rischio risulti basso/intermedio, gli stessi obiettivi
lipidici vanno perseguiti con le sole prescrizioni comportamentali.
NOTA 2
I livelli di colesterolo LDL possono essere ricavati
da quelli di colesterolo totale, HDL e trigliceridi attraverso la
seguente te relazione (formula di Friedewald, valida per concentrazioni
di trigliceridi < 400 mg/dl):
[Colesterolo LDL]=[Colesterolo Totale] - [Colesterolo HDL - [Trigliceridi/5]
Tabella 1: Caratteristiche di
una dieta ipolipemizzante.
- Deve rientrare nelle abitudini alimentari
di ogni giorno l'impiego di una larga varietà di alimenti, da selezionare
peraltro con attenzione sul piano sia qualitativo che quantitativo;
- Il gruppo di alimenti che qua ntitativa mente deve predominare,
compatibilmente con il mantenimento di un giusto sto peso corporeo,
è costituito da pane, pasta, riso, altri cereali in varia forma,
e patate, che assicurano un sostanziale apporto di carboidrati compiessi;
- Quote quantitativa mente inferiori, ma sempre elevate, vanno previste
per verdura e frutta; può essere data la preferenza a pressoché
ogni tipo di verdura, sia a foglia che a bacca, sia verde che colorata;
il consumo di legumi (fagioli, fave, piselli, ceci, lenticchie)
va favorito; un largo consumo di frutta fresca è pure raccomandato,
specie per l'apporto di alcune vitamine e sali minerali, e di altre
sostanze antiossidanti presenti,
- Con moderazione vanno consumati gli alimenti di origine animale
ricchi in proteine e grassi (carni rosse, derivati del latte, uova);
in questo caso, le porzioni devono essere piccole (in un adulto
con attività sedentaria, una porzione al giorno è sufficiente) e
gli alimenti scelti per il loro basso contenuto in grassi o per
le parti magre corrispondenti, come ad esempio certi tagli di carni
bovine e il pollame in generale; la scelta di carni e formaggi può
essere facilitata dalla lettura delle caratteristiche nutrizionali
riportate in molte etichette; il pollame e molti dei prodotti a
base di carne suina sono oggi piuttosto poveri di grassi, buona
parte dei quali sono insaturi quanto al limitato uso di uova, si
deve tener conto anche di quelle utilizzate per la preparazione
dei cibi o contenute negli alimenti prodotti industrialmente. Due
o più porzioni di pesce alla settimana sono decisamente consigliate.
Va, poi, ricordato che è importante fornire un adeguato apporto
di latte o derivati dei latte, possibilmente a basso contenuto lipidico,
per mantenere la necessaria assunzione di calcio: questo aspetto
è molto importante soprattutto durante l'accrescimento, nell'anziano,
e nella donna in menopausa;
- Gli zuccheri semplici utilizzati per la preparazione di dolci
o quali edulcoranti vanno usati in piccola quantità;
- I grassi di condimento vanno usati con grande moderazione, dando
la preferenza agli oli vegetali, e in particolare agli oli extravergine
e vergine di oliva, e limitando al massimo i grassi di origine animale;
l'uso delle margarine va riservato a quelle cosiddette "molli" (che
non induriscono in frigorifero);
- Si raccomanda, inoltre, di limitare l'uso dei sale e di consumare,
ai pasti, moderate quantità di vino o di birra, sempre che non sussistano
note controindicazioni, come nei bambini e nella gravidanza.
La disponibilità senza precedenti di alimenti,
sia per gli adulti che per i bambini, a basso contenuto in grassi,
grassi saturi e colesterolo, reperibili oggi sul mercato, rende
più facili scelte nutrizionali che siano in linea con i suggerimenti
sopra indicati.

La terapia farmacologica offre oggi diverse sostanze di
grande efficacia terapeutica e che, se usate correttamente e
in modo continuativo, consentono di correggere la maggior parte
delle iperlipidemie con le quali il medico deve confrontarsi (Tabella
2). I farmaci possono essere utilizzati singolarmente (monoterapia
convenzionale) o possono richiedere un'associazione; nei pazienti
scarsamente responsivi alla dieta può essere talora sufficiente
una dose molto bassa dei farmaco stesso per controllare in modo
adeguato la dislipidemia. L'obiettivo, variabile a seconda dei rischio
globale dei paziente, è in generale quello di riportare la colesterolemia
totale e la colesterolemia-LDL alla "norma" (rispettivamente, <190
e <115 mg/dl [11), e comunque di ridurre stabilmente di almeno
il 20% la prima, e di almeno il 25% la seconda [11.
L'identificazione di bambini e adolescenti con valori non
desiderabili di colesterolemia è giustificata quale screening opportunistico
nelle circostanze in cui vengano eseguiti prelievi di sangue per
altri motivi (occasionali o sistematici), o quando genitori e nonni
abbiano sofferto di eventi cardiovascolari in giovane età o siano
portatori di iperli poprotei nemie su base genetica. I valori desiderabili
di colesterolemia totale e colesterolemia-LDL sono inferiori, rispettivamente,
a 170 e 110 mg/dl [51.
Il trattamento farmacologico nel bambino e nell'adolescente va considerato
solo in casi molto limitati (colesterolemia-LDL >170 mg/dl), con
inizio in età scolare. In questi casi, il trattamento con resine
(ben tollerate nelle nuove formulazioni) è di prima scelta. Nei
bambini prepuberi può essere utile saggiare la dieta a base di proteine
di soia, assai efficace, sebbene talora con problemi di accettabilità.
Nelle donne in premenopausa, elevati livelli di colesterolo
totale o di colesterolo-LDL aumentano il rischio cardiovascolare,
anche se in misura minore che nell'uomo. Pertanto, anche nelle donne
che presentano livelli colesterolemici elevati è opportuno ricorrere
a misure dietetiche volte a controllare l'ipercolesterolemia. I
farmaci ipolipidemizzanti, anche se ben tollerati, vanno usati con
cautela nelle donne in età fertile non sottoposte a trattamento
anticoncezionale, e solo in presenza di un rischio particolarmente
elevato. L'inizio della terapia può essere per lo più differito
alla postmenopausa, con l'eccezione dei casi di ipercolesterolemia
di maggior gravità, su base genetica.
Nelle donne in postmenopausa, la terapia sostitutiva ormonale, che
determina la riduzione dei livelli dei colesterolo-LDL e l'aumento
di quelli dei colesterolo-HDL, può essere talora sufficiente al
controllo dei l'i percolesterolemia.
Le relazioni tra colesterolemia, misurata negli anziani
(>=70 anni), e le complicanze cliniche dell'arteriosclerosi non
sono così chiare e lineari come per gli adulti. Studi clinici di
intervento condotti anche in pazienti di età 60-70 anni già portatori
di cardiopatia coronarica (Studio 4S, CARE, LIPID) tendono a confermare
che il controllo dell' i percolesterolemia comporta una marcata
riduzione della morbilità e della mortalità cardiovascolari. Il
trattamento con farmaci può essere pertanto opportuno anche nell'anziano
con elevati livelli di colesterolo-LDL. Il trattamento ipocolesterolemizzante
dovrebbe, tuttavia, essere rivolto agli individui in buone condizioni
fisiche e psichiche, per i quali l'aspettativa di vita possa essere
ragionevolmente prolungata da una efficace prevenzione cardiovascolare.
Tabella 2: Le principali categorie
di farmaci utilizzate in corso di dislipidemia
Le statine (atorvastatina, cerivastatina,
fluvastatina, pravastatina, simvastatina) sono agenti ipocolesterolemizzanti
molto efficaci, con una tossicità a breve e lungo termine limitata,
e pertanto idonei ai trattamento cronico delle ipercolesterolemie.
- Gli studi di prevenzione primaria e secondaria dimostrano che
il trattamento con statine (simvastatina, pravastatina) è in grado
di ridurre la morbilità e mortalità cardiovascolari, nonché la mortalità
per tutte le cause.
- Nei pazienti con pregressa cardiopatia e nel trattamento delle
ipercolesterolemie di grado più marcato, esse rappresentano farmaci
di prima scelta.
- Poiché agiscono attraverso un aumento dei recettori epatici per
le LDL sono inefficaci nei rarissimi pazienti con ipercolesterolemia
familiare omozigote, nei quali il trattamento di elezione è rappresentato
dalla LDL-aferesi.
- Vanno usate con cautela nelle donne in età fertile e nel bambino.
- Possono determinare, in un ridotto numero di pazienti, miopatie
talora sintomatiche e alterazioni epatiche per lo più di grado modesto.
Le resine e scambio ionico (colestiramina, colestipolo) sono farmaci
efficaci e sostanzialmente privi di effetti collaterali gravi di
tipo sistemico.
- Possono determinare disturbi soggettivi gastrointestinali, che
talora ne riducono considerevolmente l'accettabilità.
- Sono particolarmente indicate nel trattamento delle forme medio-gravi
di ipercolesterolemia, dove sono efficaci a basse dosi.
- Per l'assenza di tossicità sistemica, costituiscono il trattamento
di elezione, in associazione o in alternativa alle proteine di soia,
nella terapia della ipercolesterolemia dei bambino.
- I fibrati (bezafibrato, fenofibrato, gemfibrozil) sono una
classe di molecole ad attività stimolante il catabolismo delle lipoproteine
ricche in trigliceridi.
- Agiscono in misura prevalente nei confronti delle ipertrigliceridemie,
ma possono aver ottima efficacia anche nelle forme miste di ipercolesterolemia/ipertrigliceridemia
soprattutto alcune nuove formulazioni sembrano esercitare un'attività
ipocolesterolemizzante più spiccata.
- Fanno aumentare i bassi livelli di colesterolo-HDL, e possono
ridurre la fibrinogenemia e l'uricemia.
- I fibrati hanno determinato effetti positivi in vasti studi di
prevenzione cardiovascolare primaria e secondaria. - Possono essere
causa di alterazioni muscolari ed epatiche, e potenziare l'effetto
degli anticoagulanti orali.
ABOLIZIONE DEL FUMO
L'effetto nocivo dei fumo, ampiamente documentato, è in rapporto
al numero di sigarette fumato quotidianamente e al numero di anni
da cui esso perdura. Il fumo di sigaretta aumenta sia lo sviluppo
delle lesioni aterosclerotiche che il verificarsi di fenomeni trombotici.
Sigari e pipa sembrano costituire un rischio minore, ma comunque
significativo. La sospensione del fumo riduce il rischio di eventi
cardiovascolari tanto nei soggetti con manifestazioni di cardiopatia
ischemica (entro 2-3 anni ai livelli dei non-fumatori) che nei soggetti
asintomatici (normalizzazione entro 10 anni).
L'abolizione del fumo è un processo difficile e complesso, in quanto
l'abitudine determina dipendenza sia farmacologica (nicotina) che
psicologica. Il medico generale deve indagare e quantificare l'abitudine
al fumo di ogni assistito, specialmente se coronaropatico, e fornire
decise esortazioni a smettere: un esplicito avviso a cessare completamente
e la rassicurazione che vale la pena di tentare costituiscono il
primo e principale passo contro tale abitudine. E' auspicabile che
gli operatori sanitari riducano drasticamente la personale abitudine
al fumo, e promuovano anche localmente (ad es. a livello ambulatoriale
ovvero ospedaliero) iniziative antifumo. E' inoltre essenziale che
essi forniscano motivate spiegazioni ai pazienti fumatori sui rischi
cardiovascolari e di altra natura (BPCO, neoplasie polmonari) legati
al fumo, e che concordino un programma di sospensione con follow-up
definito. Con tali provvedimenti il tasso di sospensione può raggiungere
il 20-30%, contro il 3-13% di un semplice avvertimento. I dispositivi
transdermici o i chewing gum alla nicotina possono essere utili
in tale f ase: essi sembrano radd oppiare il numero d i successi
rispetto al placeb o. Cautela va comunque prestata nei confronti
di soggetti coronaropatici: questi devono essere informati che non
possono assolutamente fumare mentre utilizzano preparazioni a rilascio
controllato di nicotina, pena la possibile esacerbazione di sintomi
anginosi o io scatenarsi di gravi eventi cardiovascolari. L'approccio
verso il soggetto fumatore deve inoltre coinvolgere attivamente
la famiglia (inclusi i membri fumatori). Talora altre pratiche terapeutiche
possono risultare efficaci (es. psicoterapia di gruppo, antidepressivi,
etc ... ) ed il medico deve essere in grado di poter informare adeguatamente
i soggetti interessati su iniziative e Centri locali che si rivolgono
a questo problema.
CONTROLLO DELL'IPERTENSIONE ARTERIOSA
Numerose indagini hanno evidenziato che modificazioni dello stile
di vita possono influire sui valori pressori: la riduzione dell'apporto
dietetico di sale, dei consumo di alcool e del sovrappeso e l'aumento
dell'attività fisica contribuiscono ad abbassare i valori pressori
e la necessità di terapia farmacologica ipotensivante. Quest'ultima
appare tuttavia necessaria quando non siano raggiunti gli obiettivi
delineati in Figura 5. 1 trial farmacologici randomizzati hanno
infatti documentato come la riduzione dei livelli pressori indotta
da farmaci riduca la mortalità e morbilità cardiovascolare successiva
(sia in rapporto a eventi cardio- e, particolarmente, cerebro-vascolari
acuti, che a scompenso cardiaco).
La decisione di iniziare un trattamento volto a ridurre i valori
pressori richiede misurazioni ripetute ed accurate della pressione
arteriosa (PA) durante un periodo di 3-6 mesi, o anche inferiore
in casi più gravi (Fìgura 5). La misurazione della PA va eseguita
in posizione seduta o sdraiata, dal braccio destro, dopo 5 minuti
di riposo (negli ipertesi anziani e nei diabetici la PA va misurata
anche in ortostatismo per escludere la presenza di ipotensione ortostatica).
Recentemente i valori di pressione arteriosa sono stati così suddivisi
[6, 71:
|
Classe
|
Pressione arteriosa
mmHg |
| |
Sistolica
|
Diastolica
|
| Ottimale |
<120 |
<80 |
| Normale |
<130 |
<85 |
| Normale-elevata |
130-139 |
85-89 |
| Ipertensione |
|
|
| -grado 1 (lieve) |
140-159 |
90-99 |
|
sottogruppo: borderline |
140-149 |
90-94 |
| - grado 2 (moderata) |
160-179 |
100-109 |
| -grado 3 (grave) |
>=180 |
>=110 |
| |
|
|
| Ipertensione sistolica isolata |
>=140 |
<90 |
|
sottogruppo: borderline |
140-149 |
<90 |
| Quando la Psis e la Pdias di un paziente
rientrano in categorie differenti, la classificazione va fatta
in base alla categoria maggiore. |
La decisione di intraprendere un trattamento farmacologico anti-ipertensivo
si fonda, oltre che sui livelli pressori, sulla presenza di danno
d'organo, sulle condizioni cliniche associate e sul rischio globale
(Figura 1, Figura 2, Tabella 3), secondo quanto prospettato in Figura
5 [71. Una volta deciso di trattare il paziente, ciò va effettuato
con farmaci di dimostrata efficacia (iniziare con bassa dose di
un farmaco long-acting): diuretici (tiazidici, dell'ansa, risparmiatori
di potassio), beta-bloccanti calcio antagonisti (diidropiridinici
e non-diidropiridinici), ACE inibitori, bloccanti dei recettore
dell'angiotensina li, a-bloccanti, alfa-agonisti centrali, vasodilatatori
diretti. In caso di inefficacia, o importanti effetti collaterali,
il farmaco prescelto sarà sostituito con altro appartenente ad una
diversa classe farmacologica; in caso di buona tolleranza ma effetto
inadeguato dei farmaco, può essere aumentata la dose di quest'ultimo
e/o associato un ulteriore farmaco di una diversa classe. Associazioni
di provata efficacia sono: diuretico tiazidico + diuretico risparmiatore
di potassio; diuretico tiazidico + ACE-inibitore o beta-bloccante
o alfa-bloccante; beta-bloccante + calcio-antagonista diidropiridinico;
ACE-inibitore + calcio antagonista; bloccante dei recettore dell'angiotensina
II o vasodilatatore diretto + diuretico tiazidico. In Tabella 4
sono indicate alcune importanti considerazioni per personalizzare
il trattamento farmacologico [61.
Tabella 3: Fattori che influenzano la prognosi del
paziente iperteso
DANNO D'ORGANO
- Ipertrofia ventricolare sinistra (ECG, ecocardiogramma o radiogramma
dei torace).
- Proteinuria e/o modesto incremento della creatininemia (1.2-2
mg/dl).
- Evidenza ultrasonografica o radiografica di placche aterosclerotiche
(arterie carotidi, iliache e femorali, aorta).
- Restringimento generalizzato o focale delle arterie retiniche.
CONDIZIONI CLINICHE ASSOCIATE
Malattie cerebrovascolari
- Ictus ischemico, emorragia cerebrale, attacchi ischemici transitori.
Cardiopatie
- Infarto miocardico, angina, rivascolarizzazione coronarica, scompenso
cardiaco congestizio.
Nefropatie
- Nefropatia diabetica, insufficienza renale (creatininemia >2.0
mg/dl).
Vasculopatie
- Aneurisma dissecante, arteriopatia degli arti sintomatica.
Retinopatia ipertensiva in fase avanzata
- Emorragie o essudati, papilledema.
Generalmente la terapia anti-ipertensiva dovrebbe essere mantenuta
indefinitamente. La sua sospensione è generalmente seguita dal
ritorno dei valori pressori a livelli pre-trattamento. Tuttavia
dopo un prolungato controllo della PA può essere possibile tentare
di ridurre il dosaggio o il numero dei farmaci utilizzati, in particolare
nei soggetti che seguono da vicino le norme non farmacologiche.
Per quanto riguarda specifiche categorie di pazienti, nel bambino
e nell'adolescente dovrebbero essere ricercate con attenzione
cause identificabili di ipertensione (secondarie); le indicazioni
comportamentali dovrebbero essere proseguite con maggior attenzione
e la terapia farmacologica instaurata per valori pressori più elevati
che per l'adulto e con posologie regolate con attenzione. Non vi
sono indicazioni diverse nella donna rispetto all'uomo, con la notevole
eccezione della gravidanza in cui ACE inibitori e antagonisti
del recettore AT II sono controindicati (descritti gravi problemi
neonatali) mentre è da preferire l'alfa-metildopa.
Nel soggetto anziano in buone condizioni generali, il trattamento
dell'ipertensione arteriosa appare simile che nel soggetto giovane
adulto: analogamente andranno ricercate le cause identificabili
(in particolare renali), proposte indicazioni comportamentali e
intrapresa terapia con obiettivi simili, quantunque meno stringenti,
a quelli per soggetti più giovani (farmaci di prima scelta: diuretici
e beta-bloccanti; Ca-antagonisti long acting nell'ipertensione sistolica,
Tabella 4). Va prestata particolare attenzione a possibili effetti
farmacologici indesiderati, frequenti in questa fascia di età, che
inducono a maggior cautela nel trattamento.
|